La crisi dei GAS. Il soggetto originario, la piccola borghesia urbana riflessiva
Il Gruppo di Acquisto Solidale, nella sua forma classica emersa in Italia tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, non era semplicemente un canale di distribuzione alimentare alternativo. Era l’espressione materiale di un preciso soggetto sociale: la piccola borghesia urbana istruita, economicamente stabile, dotata di tempo discrezionale e di un sistema di valori orientato alla sostenibilità, all’etica del consumo e alla critica del capitalismo della grande distribuzione.
Questo soggetto si caratterizzava per un fascio specifico di condizioni strutturali. Il reddito era stabile e prevedibile — lavoro dipendente a tempo indeterminato nel pubblico impiego o nelle professioni, oppure piccola imprenditoria consolidata — e permetteva sia la liquidità anticipata richiesta dagli ordini collettivi, sia l’assorbimento delle oscillazioni stagionali dei prezzi. Il tempo era una risorsa disponibile: la struttura lavorativa a orari definiti lasciava spazio a serate di coordinamento, a turni di smistamento delle cassette, alle relazioni interpersonali su cui il GAS si reggeva. Il capitale culturale era elevato: la capacità di leggere etichette, di valutare certificazioni, di distinguere tra produzione biologica certificata e non, di intrattenere relazioni significative con i produttori, era un prerequisito implicito per la partecipazione.
Non meno rilevante era il capitale sociale: il GAS classico funzionava attraverso reti di fiducia interpersonale dense e reciproche, tipiche dei contesti comunitari stabili — quartieri di lunga residenza, ambienti associativi, reti parrocchiali o laiche strutturate. Era, in sintesi, un prodotto della modernità solida applicata al consumo critico.
| Il GAS classico non era un modello di accesso alimentare universale: era il dispositivo di consumo di una classe sociale specifica, in un momento storico specifico, con caratteristiche strutturali che quella classe stava cominciando a perdere già prima della crisi del 2008. |
Il GAS in transizione. Dalla stabilità alla precarietà strutturale
La crisi finanziaria del 2008 e le sue conseguenze prolungate hanno innescato un processo di trasformazione strutturale della piccola borghesia urbana italiana che è lungi dall’essersi concluso. Questo processo non è leggibile semplicemente come impoverimento in senso stretto — riduzione del reddito disponibile — ma come una trasformazione qualitativa delle condizioni di esistenza che investe simultaneamente le dimensioni economica, temporale, relazionale e identitaria.
Dal punto di vista economico, la grande trasformazione non è stata tanto la caduta del reddito assoluto quanto la sua destabilizzazione. Il lavoratore dipendente a tempo indeterminato con reddito prevedibile e crescente — il prototipo del socio GAS degli anni Duemila — cede il posto a figure composite: il lavoratore con contratti a termine rinnovati in serie, il professionista con partita IVA a reddito variabile e imprevedibile, il dipendente in regime di lavoro agile con confini sempre più sfumati tra tempo lavorativo e tempo libero, il caregiver familiare che ha ridotto o azzerato la propria attività lavorativa per assistere genitori anziani non autosufficienti. In tutti questi casi la caratteristica strutturalmente rilevante non è tanto il livello del reddito quanto la sua imprevedibilità: non si può aderire a un contratto stagionale di acquisto quando non si sa se tra due mesi si avrà reddito sufficiente.
Dal punto di vista temporale, la compressione e la frammentazione del tempo non-lavorativo è forse la trasformazione più silenziosa ma più devastante per il modello GAS. Il doppio reddito familiare è diventato quasi universale tra la piccola borghesia urbana, con conseguente riduzione drastica del tempo domestico disponibile. La crescente intensità del lavoro — dovuta sia alla riduzione degli organici sia all’intensificazione tecnologica — ha eroso i margini di tempo discrezionale anche per chi ha redditi stabili. La cura dei figli, degli anziani, la gestione di percorsi di vita sempre più complessi assorbono risorse temporali che un tempo erano disponibili per il coordinamento collettivo.
