Contributo di Nadine Bloch
“La grandezza di Gandhi consisteva nel fare cose che tutti potrebbero fare ma nessuno fa.”
– Louis Fischer, biografo di Gandhi
Quando: 1930
Dove: Gujarat, India
Un compendio di azioni creative degno di questo nome non può non includere un riferimento alla celebre marcia organizzata da Gandhi, per spunti di conversazione infarciti di lezioni strategiche e pratiche valide ancora oggi.
Nel 1930, il partito Indian National Congress adottò il satyagraha (cioè la protesta nonviolenta) come principale tattica nella propria campagna per l’indipendenza. Il Mahatma Gandhi fu incaricato di sviluppare un piano d’azione e propose di marciare verso il mare per raccogliere il sale, in aperta opposizione al Salt Act imposto dagli inglesi nel 1882. La violazione di tale legge, che dichiarava illegale raccogliere o produrre sale se non per i cittadini britannici autorizzati, non catturò immediatamente l’attenzione dei delegati e, a quanto si dice, fu accolta con una certa ilarità dal Congresso. Neanche il Raj (appellativo dell’impero britannico in India) parve considerarla una particolare minaccia. Anzi, il viceré Lord Irwin scrisse a Londra per riferire: “Allo stato attuale delle cose, la prospettiva di una protesta per il sale non mi tiene certo sveglio la notte”. [1]
Presto però avrebbe cambiato idea, poiché la marcia del sale, partita con soli ottanta partecipanti, guadagnò rapidamente un buon numero di sostenitori. Gandhi scelse di inquadrare la marcia di 320 chilometri dal suo ashram all’oceano Indiano all’interno di una pratica culturale tradizionale nota come padyatra, cioè una lunga marcia spirituale. In questo modo, non si limitò a rendere l’intero progetto più comprensibile per il pubblico indiano, ma permise di aumentarne la portata, raccogliere più sostenitori, istruire e formare nuovi seguaci e arrivare alla stampa nazionale e internazionale. Un team di esperti elaborava il percorso, mentre i partecipanti dormivano all’aperto in ogni città per essere più vicini al pubblico.
Quando Gandhi e più di 12.000 sostenitori raggiunsero finalmente la loro destinazione, il giorno scelto per raccogliere il sale fu il decimo anniversario delle prime iniziative per la resistenza nazionale. Al principio gli inglesi furono piuttosto lenti a reagire, permettendo a più indiani di unirsi alla protesta. A fronte della sempre maggiore produzione di sale, però, risposero con brutalità, e la facciata di civiltà dell’impero cadde, finendo per sfracellarsi completamente.
- [1] Peter Ackerman e Jack Duvall, A Force More Powerful (New York, NY: Palgrave, 200), 84 ↩
Perché ha funzionato
La marcia del sale ebbe una profonda risonanza culturale tra gli indiani di qualunque casta e classe, perché Gandhi si occupò della pianificazione strategica viaggiando (esclusivamente in terza classe) per tutta l’India per un anno.Nel tastare il polso del Paese, riconobbe che per attirare una folla unificata, al di là di caste e lignaggi religiosi, la campagna in favore di qualcosa di etereo come l’indipendenza andava ricollegata a una manifestazione tangibile sulla stessa linea. Più fosse riuscito a colpire e attirare a sé le classi più povere e svantaggiate, maggiori sarebbero stati i benefici per tutti gli indiani, oltre che le possibilità di espandere il movimento e quindi di vincere.
Fare in modo che le persone potessero tenere fra le mani il risultato tangibile delle proprie fatiche, il sale, conferiva immediatezza e concretezza anche a un obiettivo recondito come l’indipendenza. Un’azione progettata in maniera davvero brillante.
La strategia chiave in azione
L’atto di marciare e l’azione culminante di produrre il sale in riva al mare, per quanto apparentemente semplici, hanno offerto alle masse la possibilità di esporsi con coraggio, attraverso un’azione insieme coordinata e dispersiva. Più la marcia attirava nuovi seguaci e il movimento cresceva, più i pilastri del potere dell’impero ne risultavano minati (vedere TEORIA: I pilastri di sostegno). La marcia del sale preparò il terreno per l’indipendenza dell’India, poiché indiani e inglesi si resero conto che non era possibile governare senza il consenso dei governati. E quel consenso si era dissolto nell’oceano.
La produzione del sale univa un miglioramento della qualità della vita ad aspirazioni politiche di carattere indipendentista e forniva uno schema per un “operato costruttivo” che sarebbe diventato la spina dorsale di una miriade di lotte per la resistenza in tutta l’India, incluse la difesa di stoffe tessute a mano, scuole e giardini. Di fatto, l’intero corteo fu impostato per prefigurare uno stile di vita e di struttura sociale alternativo, in grado di presentare il modello di una società indiana ideale (ed economicamente autosufficiente) e preparare gli indiani ad assumere il comando in campo politico.
Principio chiave in azione
Mettere i destinatari dell’azione di fronte a un dilemma
Il pubblico affronto rappresentato dalla marcia del sale mise l’impero britannico di fronte a un dilemma: ogni partecipante arrestato sarebbe diventato un martire del movimento, simbolo della brutalità del regime. D’altro canto, non facendo nulla gli inglesi consentirono al movimento di crescere e, cosa ancora peggiore, lasciarono credere agli osservatori esterni di non volere o di non essere più in grado di controllare la situazione.
Scegliere saggiamente il proprio obiettivo
La tassa sul sale inglese era l’incarnazione ideale dell’ingiustizia del governo britannico. L’onere di questa imposta regressiva, infatti, ricadeva in modo sproporzionato su coloro che meno potevano permetterselo. Opponendovisi, si consentiva di partecipare a chiunque avesse accesso al mare, bramino o intoccabile, indù o musulmano che fosse. Eventi di formazione e sensibilizzazione furono utilizzati lungo tutta la marcia per ampliarne la portata.
Further Insights
Related Tactics
Related Principles
- Know your cultural terrain
- Use the power of ritual
- If protest is made illegal, make daily life a protest
- Maintain nonviolent discipline
- Make new folks welcome
- Enable, don’t command
- Make the invisible visible
- Create levels of participation
- Reframe
- When the people are with you, act!
- Do your research
- Put your target in a decision dilemma
- Choose your target wisely
- The real action is your target’s reaction
Related Theories
- Action logic
- Pillars of support
- Hamoq and hamas
- Ethical spectacle
- Points of intervention
- Floating signifier
- Revolutionary nonviolence
Related Practitioners
- Gandhi
- Indian independence movement
Autore
Nadine Bloch è l’attuale direttrice della formazione del progetto Beautiful Trouble. Artista innovativa, è una sostenitrice della nonviolenza, organizzatrice politica, formatrice d’azione diretta e puppetista. Le sue opere esplorano la potente interazione tra arte e politica, dove la resistenza culturale creativa non costituisce solo un’azione efficace, ma anche un modo potente per reclamare il diritto di agire sulle nostre vite, combattere sistemi oppressivi e investire nelle nostre comunità, divertendosi più degli altri! Tra le altre cose, ha collaborato con Greenpeace, Labor Heritage Foundation, Nonviolence International, Ruckus Society, HealthGAP and Housing Works e Bread & Puppet Theatre. Inoltre ha contribuito al volume “Beautiful Trouble” e a “We Are Many, Reflections on Movement Strategy from Occupation to Liberation” (2012, AK Press). Date un’occhiata alla sua rubrica mensile su WagingNonviolence, “The Arts of Protest”
Immagine
Gandhi durante la marcia del sale, marzo 1930.
