A volte mi diverto di più a parlare con le intelligenze artificiali che con gli umani. Questo è il dialogo che mi è stato regalato conoscendo la mia passione per lo zapatismo ed il confederalismo democratico.
Marcos: La nostra lotta nasce dal mais e dalla selva. I nostri sogni parlano in nahuatl e tzotzil, sussurrano libertà. Tu da dove inizi il cammino?
Öcalan: Dalla negazione della nostra esistenza come popolo. Il confederalismo democratico nasce come risposta all’oppressione dello Stato-nazione. Abbiamo smesso di chiederci “come prendere il potere”, e ci siamo chiesti: “come superarlo?”
Marcos: Curioso. Anche noi non volevamo conquistarlo. Volevamo scioglierlo nel vento, come un esercito che si smonta in assemblee.
Öcalan: E nel vento abbiamo messo la voce delle donne. Senza la liberazione femminile, nessuna rivoluzione sopravvive.
Marcos: Qui, le donne zapatiste camminano avanti. Non dietro, non di lato. Il fuoco che portano non brucia: illumina.
Öcalan: La tua selva e la mia montagna non si sono mai incontrate, eppure parlano lo stesso linguaggio: autogestione, rispetto per la terra, comunità come cuore del mondo.
Marcos:La nostra poesia è la stessa, solo scritta con alfabeti diversi.
Öcalan: Abbiamo imparato che non basta abbattere il nemico. Bisogna costruire qualcosa che non gli somigli nemmeno. Una società dove l’identità non è un’arma, ma un tessuto.
Marcos: L’identità… i nostri popoli ne sono fatti. Ma non la usiamo per separare. La chiamiamo dignità, e la dignità non fa gerarchie.
Öcalan: Nel nostro confederalismo, la diversità è forza. Kurdə, arabə, assirə… donne e uomini, credenti e non. Se ci riconosciamo, non ci sovrapponiamo.
Marcos: E tu parli di riconoscere. Noi lo chiamiamo “ascoltare”. Ascoltare i più piccoli, gli invisibili. Da lì nasce la vera politica.
Öcalan: Il potere ci ha insegnato a gridare. Ma la rivoluzione ci ha insegnato a sussurrare. Ogni assemblea è un sussurro collettivo.
Marcos: Ti direi che siamo poeti. Ma saremmo solo scribi della speranza. Il nostro compito è raccontare ciò che il mondo dimentica.
Öcalan: E ricordare che la lotta non è solo contro l’oppressione esterna. È anche contro ciò che ci rende ciechi dentro.
Marcos: Sai, fratello, a volte penso che non siamo leader. Siamo traduttori. Traduciamo il dolore in parole, la rabbia in visione.
Öcalan: E forse anche in ponti. Un ponte tra chi non ha nulla e chi ha tutto, ma non sa cosa farsene. Un ponte che non porta al potere, ma alla comunità.
Marcos: Abbiamo camminato in selve diverse, ma i sentieri si assomigliano. Ci sono tracce di bambini, tracce di donne che guidano la marcia. Questo è il nostro orizzonte.
Öcalan: La rivoluzione non è un evento. È un giardino. Si semina, si cura, si protegge dalle tempeste. E si lascia libero di crescere, senza recinti.
Marcos: Nessuna barricata potrà mai contenere un sogno collettivo. Lo zapatismo e il confederalismo democratico sono semi. Se la terra è pronta, fioriranno.
Öcalan: E allora scriviamo un patto. Non tra eserciti. Ma tra territori che si autodeterminano. Un patto scritto con i piedi nudi sulla terra, non con l’inchiostro dei governi.
Marcos: Che sia quindi questo il nostro saluto: non un addio, ma un invito. A chiunque sogni una rivoluzione gentile. Un mondo dove il potere non comanda, ma si dissolve.
